“Il Mondo dei Robot” (1973): non fidarti dei camici bianchi

“Westworld”, la nuova serie HBO, sta registrando ascolti record in tutto il mondo.
L’origine del suo successo, ma soprattutto del suo essere, va ricercata in un film del 1973 che in inglese aveva il medesimo titolo, ma in Italia è conosciuto come “Il mondo dei robot“.

Questo articolo contiene numerosissimi spoiler, quindi, se non avete mai visto il film ed avete intenzione di farlo, non proseguite oltre.

Scritto e diretto da Michael Crichton che, a quanto pare, si intratteneva di buon grado con i parchi di divertimento futuristici ad imitazione di mondi scomparsi (che, dopo un po’, vanno a ramengo), “Westworld” (il film) è decisamente più ingenuo e bonaccione, se visto oggi, paragonato a “Westworld” (la serie).
Ma gli elementi che caratterizzano quest’ultima sono tutti già presenti, anche se un po’ all’acqua di rose, appunto.
Tranne che per lo sguardo di certi protagonisti.

il mondo dei robot

No, non quello di questo signore che lavora alla Telefunken e pilota il  mezzo di trasporto per arrivare a ‘Delos’.

‘Delos’ è un parco di divertimenti destinato a ricconi disposti a spendere $1000 al giorno (nel millenovecentosettantatrè! Equivalenti, oggi, al prezzo medio di un biglietto per i Coldplay su viagogo), che consiste in 3 differenti esperienze: Westernlandia (West world), una società governata dalle pistole, in auge nel Vecchio Ovest del 1880; Medioevonia (Medieval World), che riproduce il mondo dell’Europa del 1200 e Romamunda (Roman World), nella quale la rilassatezza dei costumi e la moralità in sfacelo evocano un Impero Romano agli ultimi scampoli di vita (dissoluta).
Vinto il desiderio di chiudere nella sala delle torture del Castello di Medioevonia i responsabili dell’adattamento italiano per i nomi dati alle 3 aree tematiche, che manco a Gardaland, si arriva al centro di smistamento a bordo di un un  futuristico hovercraft e si viene indirizzati al mondo prescelto tramite colore stampato sul cartellino, come alla festa delle medie.
Peter e John (Richard Benjamin e James Brolin), i nostri due protagonisti, hanno il cartellino blu di Westernlandia.

Nemmeno il tempo di indossare speroni e cinturoni, fare conoscenza col tipico vecchietto del West, con la tipica voce da vecchietto del West e trangugiare il classicissimo torcibudella, ed ecco che il bulletto del villaggio si becca 3 bullets in pancia da Peter.

Il bulletto del villaggio è questo qui (Yul Brynner) del cui sguardo inquietante ci si preoccupava precedentemente.
Nel suo futuro farà pure un piccolo “cameo” nel 6° episodio della serie tv.

Niente paura, però: non si diventa assassini appena varcate le porte del saloon. Il pistolero sbruffone è uno degli androidi che popolano il parco, ed è uno dei facili bersagli per le pistole dei visitatori: possono “morire” sotto i colpi dei turisti, ma non vale il viceversa.
Alcuni androidi, poi, sono pure i bersagli delle pulsioni sessuali degli umani e Peter, dopo tutta una storia di quanto lui sia un bravo ragazzo, e non sia uso a queste cose, e ci si è appena conosciuti, etc. assaggia anche quanto offerto al piano di sopra del saloon.
Senza tutta quella pelle scoperta che si vede nella serie tv dei giorni nostri.

Ma sguardo inquietante #2 del film.

Parte il dietro le quinte fantascienzazionale: assistiamo, così, al recupero notturno  degli androidi ‘morti’ o difettosi, con numeri e nomi sparati a caso dagli addetti alle riparazioni e da gente in camice bianco, seduta dietro a monitor dove impazzano triangoloni erranti, che detta istruzioni riguardo il modulo calcistico da mettere in campo (si predilige il 4-4-3).

Al mattino si ricomincia e Yul, con tutti i fori di proiettile tappati, torna a fare il bullo.
Mezzo minuto ed il redivivo redimuore, sempre colpito da Peter.
Essendo lui il cattivo, cominciamo a farci qualche domanda sul livello di realismo dell’esperienza: ucciso due volte in pochi minuti sparando, in tutto, un colpo al soffitto.
Stavolta, però, Peter non la passa liscia: viene arrestato e sbattuto in galera.
Ah, ecco il realismo dove stava!

John organizza l’evasione del compare ed ecco ancora un dietro le quinte nella stanza dei camici bianchi, con bobine rotanti, un sacco di lucette intermittenti e, per dimostrare che la tecnologia c’è, esagoni erranti sui monitor: una evoluzione rispetto ai triangoloni? O forse un segno premonitore?

Stacco su Medioevonia, con la Regina infedele che concupisce un visitatore, convincendolo a sfidare Fortebraccio a duello per lei.
Anche il duello è organizzato nei minimi dettagli dai  camici bianchi: auguri!

A Westernlandia un serpente morde John.
Non dovrebbe succedere, perchè anche i serpenti sono macchine e non sono programmati per fare del male ai turisti.
Sconcerto tra i camici bianchi: il capo vuole chiamare qualcuno, ma non funziona nemmeno il telefono. Ci sarà da fidarsi di questi qua?
Riunione per correre ai ripari, dove, come da film hollywoodiano che si rispetti, le avvisaglie di malfunzionamenti sono prese sottogamba.
Eh beh, state mica vedendo un film che racconta le vicende di una giornata in una officina per tagliandi alle station wagon, no?

Pronti? Via: fate partire una rissa nel bar.
Ah ah ah grasse risate! “Sembra vera” dicono  Peter e John mentre partecipano alla scazzottata fino all’arrivo dello sceriffo, che è il papà della famiglia Bradford (questo per dire il livello di serietà, accentuato dal suono tipo cucù quando qualcuno si becca una bottigliata in testa)

Il turista medievale non si accontenta della Regina, ma cerca di sedurre anche Dafne, una cortigiana. Lei rifiuta le avance: ancora allarme tra i camici bianchi per la reazione non programmata.
Il turista ci dorme sopra (non sopra Dafne, che se n’è andata) ed al mattino è pronto per il duello sotto gli occhi della Regina.
Il bellicoso Fortebraccio inizia con 5 spadate mirate sullo scudo, una su un tavolo ed il turista, rinfrancato, parte alla carica al grido di “carramba” (forse avrebbe preferito andare a Zorrolandia).
Però la sorpresa non gliela fa la Carrà, ma Fortebraccio che lo infilza nel pancione.
“Chiudi tutto, chiudi tutto” è il disperato grido del capo dei camici bianchi.
Si spengono le luci nella sala di controllo, ma i robot proseguono imperterriti. Qualcuno ha pigiato l’interruttore sbagliato
.
Troppo tempo a fissare triangoloni ed esagoni sullo schermo e ci si rimbambisce.

Nessun robot si spegne, tantomeno Yul  che, per cambiare un po’, sfida a duello John in mezzo alla strada.
E lo uccide.
Quindi era tutta colpa dei camici bianchi che, avendolo programmato a loro immagine e somiglianza cerebrale, lo avevano reso un pessimo pistolero con la mira di uno Stormtrooper Imperiale. Liberatosi delle mediocri catene creazionistiche, puo’ ora sfoggiare le sue doti di infallibile cecchino.
Ma le pistole non dovrebbero fare cilecca se puntate verso un turista?
Vabbè, stai a guardare il capello…
“Hai detto a me?”
“No signor Brynner, ho detto che lei ha proprio un bel cappello, con due P!”

E qui momento epocale per la cinematografia, con il primo effetto in CGI della storia: il punto di vista dell’androide viene reso con una schermata pixelata.
Una schifezza di effetto speciale: si capisce anche perchè faccia fatica a colpire un uomo a mezzo metro di distanza, ma si era agli albori!
Se oggi abbiamo gli Avengers contro Thanos (che poi è il figlio di John, nel senso che James Brolin, che interpreta Thanos, è figlio di Josh, che qui  interpreta John) è merito anche di questo film.

A questo punto emerge, in tutta la sua incommensurabilità, la genialità dei camici bianchi: hanno spento tutto, compresi i circuiti delle porte elettriche e sono rimasti chiusi dentro la sala controllo, dove rischiano di rimanere soffocati. Senza possibilità di rimediare o cambiare i comandi impartiti. Applausi!

Il robot-pistolero parte alla caccia di Peter nelle desolate terre di Westernlandia, mentre a Medioevonia e Romamunda gli androidi fanno strage di turisti.
Peter incontra un camice bianco, di livello inferiore, alla guida di una macchinina tipo campo da golf (nel deserto) che fa tanto ‘futuro’.
Cioè, alla guida gli piacerebbe, perchè il trabiccolo si è guastato in mezzo alla steppa (insomma: a Delos funziona un dannato niente) e diventa un facile bersaglio per Yul, che ormai ha messo a punto il sistema di mira.

Peter, in fuga, arriva a Romamunda, tra statue a terra e turisti morti,  trova un tombino e capisce che è la via verso la salvezza.
Anonimi corridoi sotterranei tutti uguali, che non conducono da nessuna parte, ci fanno intendere che anche gli architetti di Delos possono essere annoverati tra le superbe menti superiori dei camici bianchi.
Il pistolero nero, intanto, segue le tracce degli stivali della sua preda e, con sguardo fiero e d’argento, arriva al tombino.
Giunto nella sala riparazioni, incontra Peter, il quale ha trovato una serie di provette di composti chimici che lancia in faccia al pistolero. Questo fuma solo un po’, ma  prosegue l’inseguimento fino a Medioevonia.
Anche qui non c’è anima attiva (un po’ alla volta anche agli androidi  si sono scaricate le batterie) ed il pistolero prende Peter per lanterne, dato che tramite visione termica, non distingue le fiaccole dal corpo umano.
Niente di più facile per il nostro eroe che prendere una fiamma ed incendiare il robot.
Una veloce discesa nella sale delle torture per liberare una donna, che invece è anch’essa un robot, ed il cavaliere, adesso tutto nero come il carbon,  ci riprova.
Ma non ce la fa più, cade a terra e perde la faccia. In tutti i sensi.

Qualche scintilla e Peter è finalmente libero dall’incubo, unico superstite in tutto il parco.
Anche i camici bianchi sono morti soffocati nella sala controllo.
Dai loro appunti (e da quelli del regista, naturalmente), in un futuro non troppo lontano, verrà creato un’altra attrazione sicura e senza problemi di sorta: Jurassic Park.

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